TEORIE SULL’ORIGINE

| storia capoeira | Lug 21, 2016 | No Comments » |

TEORIE SULL’ORIGINE

Sono state introdotte nel tempo tre principali linee di pensiero riguardanti l’origine del capoeira: si era già formato in Africa; fu creato dagli africani e dai loro discendenti nelle aree rurali del Brasile coloniale; fu creato dagli africani e dai loro discendenti nei maggiori centri urbani del Brasile.
La teoria della creazione del capoeira da parte degli africani nelle aree urbane è sostenuta da Gerson e Nascentes.
Augusto Ferreira, promotore della tesi dell’origine del capoeira nel Brasile rurale, enfatizzò l’aspetto marziale dello stesso scrivendo che il capoeira era nato da un crescente desiderio di libertà, sviluppando la sua struttura come una lotta nel quilombos.

Riguardo all’origine africana del capoeira si ha una delle prime teorie nel 1889, proposta da Baurepaine-Rohan, il quale definisce l’arte del capoeira essere un “tipo di gioco atletico introdotto dagli africani”.
In seguito, nel 1960, Albano de Neves e Souza rivisitò l’ipotesi dell’origine africana scrivendo da Luanda, in Angola, a Luis da Câmara Cascudo: «tra i Mucope del sud dell’Angola, c’è una danza della zebra N’golo, che avviene durante l’Efendula, festa della pubertà delle ragazze, che smettono d’essere adolescenti per diventare donne, adatte al matrimonio e alla procreazione. Il giovane vincitore dello N’golo ha il diritto di scegliere la sposa senza pagare la dote per lo sposalizio. Lo N’golo è il capoeira.»
Albano de Neves e Souza prosegue esponendo la sua teoria sull’evoluzione dello N’golo in Brasile:
« gli schiavi delle tribù del sud che erano state attraverso l’avamposto del Benguela, portarono la tradizione della lotta dei piedi.
Con il tempo, ciò che in principio era una tradizione tribale si trasformò in un’arma d’attacco e difesa che li aiutò a sostentarsi e imporsi in un ambiente ostile (…) I peggiori banditi del Benguela usano i passi dello N’golo come arma (…) Un’altra delle ragioni che mi porta ad attribuire l’origine del capoeira allo N’golo è che in Brasile è costume di alcuni malandros suonare uno strumento chiamato berimbau e che in Africa viene chiamato hungu o m’bolumbumba, a seconda del luogo, diffuso tra le popolazioni dedite alla pastorizia fino allo Swaziland, sulla costa orientale dell’Africa ».
Charles Ribeyrolles, un francese esiliato in Brasile da Napoleone, scrive del capoeira: « ogni sabato notte, finito l’ultimo compito della settimana, e nei giorni santificati, agli schiavi viene concessa una o due ore per la danza, si riuniscono in uno spiazzo, si chiamano, si raggruppano, si incitano e la festa comincia. Questo è il capoeira, una specie di danza, di coraggiose evoluzioni e combattiva, al suono dei tamburi del Congo…».
Câmara Cascudo afferma che il capoeira fu portato dai bantu-congolesi i quali praticavano danze liturgiche-iniziatiche al suono di strumenti a percussione, trasformandosi poi in lotta, in Brasile, a causa della necessità di questi neri di difendersi.
Lamartire P. da Costa ritiene che nella sua fase iniziale esso debba essere stato una specie di danza rituale, poiché ancora oggi, a Bahia, si può osservare l’unione della lotta libera (capoeiragem) con credenze, cerimonie e canti feticisti.
Oneyda Alvarenga afferma che la forza dinamica della musica del capoeira consiste essenzialmente nell’aumento continuo dell’intensità del ritmo e che i canti somigliano a quelli dei riti feticisti, per l’esasperante ripetizione di una breve melodia, molto adatta a condurre a stati d’agitazione.
Naturalmente gli schiavi africani deportati in Brasile non provenivano solo dall’Angola, così, all’interno delle senzalas, si operò un’ibridazione culturale tra membri appartenenti a differenti gruppi etnici, dal cui processo si ebbe in tal modo anche la formazione ed evoluzione del capoeira.

L’idea generalmente condivisa è che si sia creato tra gli schiavi come tipo di lotta, per la propria difesa (è generalmente accettata l’ipotesi del gioco d’agilità fisica degli schiavi fuggitivi contro i loro persecutori); mezzo per la fuga e la libertà, era praticato negli istanti di pausa come necessità d’espressione e ricreazione sociale, per rilassarsi dalla condizione di schiavitù.
Come forma di resistenza culturale era occultata alla società bianca con della coreografia e musica che simulavano un’innocente danza (o jogo) agli occhi dei “padroni”, per poi trasformarsi al momento giusto in un mezzo di difesa ed attacco di grandi risorse: una lotta, una danza, un’arte.

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